“ODISSEA PENELOPE”
Anno Teatrale 2008
con Paola Gassman e il pianista Sebastian Roggero
Disegno Luci Iuraj Saleri
Installazione scenica Rina La Gioia
Musiche eseguite dal vivo
Tipologia di allestimento Mise en Espace /
Prosa in Concerto per attore, pianoforte, arpa celtica, coro greco.
Drammaturgia e Regia Giuseppe Argirò
Produzione per TestaccioLab: La Mise en Espace di Adriana Palmisano
Ass. Musicale Tempo Vivo di Asti
Tournée Nazionale e Internazionale
Stagione Teatrale Estiva 2008 / Stagione Teatrale Invernale 2008/2009
Lo spettacolo mette in scena l’Odissea raccontata al femminile. L’attrice nel suo viaggio affabulatorio si avvale della presenza del coro delle donne di Itaca. Apparentemente l’allestimento ricalca lo schema del dramma classico aumentando però la sua carica espressiva grazie alla presenza della musica dal vivo. Un pianista in mezzo all’oceano interpreta musicalmente le peripezie del viaggio di Odisseo e l’attesa di Penelope, come se si trovasse su una nave senza tempo. Alla drammaturgia fa da contrappunto una partitura musicale estremamente accattivante dal fascino contemporaneo e quasi da colonna sonora.
Gli autori prescelti sono Satie, Jan Tiersen, Sakamoto, Micol Njman, Philip Glass, Luigi Enaudi, Keith Jarrett, Pat Metheny.
Odissea Penelope è un viaggio attraverso il mito dal punto di vista femminile.
Il punto di vista non è quello dell’eroe, del campione della civiltà occidentale, di colui che supera le colonne d’Ercole e lancia la sua sfida ai limiti del conoscibile, bensì quello di Penelope, lontana da ogni presunzione eroica, legata al quotidiano, alla fatica della sua condizione di donna in attesa, costretta suo malgrado a subire un abbandono e un lutto interiore che non vuole elaborare.
L’Odissea viene quindi narrata non sui campi di battaglia, sotto le mura di Troia o nei mari toccati dai naufragi ideali e dalle peripezie di Odisseo, ma viene raccontata e detta in un luogo al di fuori del mito: la casa, consegnata alle cure di una moglie che non si rassegna alla perdita del suo uomo. Ecco allora che lo spazio scenico esplode improvvisamente trasformando gli angusti meandri di una vita borghese negli orizzonti del mito, in quanto tradizione eroica consegnata all’umanità e divenuta memoria dell’inconscio collettivo. Questo poema epico, una volta cantato sulla tomba di coloro che morivano in battaglia, ora trova nel teatro la sua ubicazione naturale e più consona perché il viaggio fantastico di Ulisse è proprio sulla scena che rivive, affermando con tutta la passione della dissimulazione teatrale, la felice utopia di un nuovo mondo nato dalle radici della guerra e dell’odio che aveva come simbolo ideale la città di Troia.
A rafforzare il legame tra le diverse etnie, interviene la musica, cifra compositiva dello spettacolo a potenziare la liricità del testo, rendendolo in tutte le sue sfumature. La partitura musicale diventa quindi il copione dell’attore che si dovrà adattare alle esigenze di un testo reinterpretato in stretta collaborazione con i musicisti. La musica è la focale con cui osservare le peripezie di Ulisse. I suoni, di una nuova civiltà fondata dal pensiero di un uomo che diventerà il simbolo dell’intelligenza, si confondono con la voce della narratrice Penelope, che via via assume sembianze diverse vestendo i panni della Maga Circe e del Ciclope e dello stesso Ulisse. L’Odissea, mito di viaggio e di fondazione, è affidata a una presenza femminile che significa emotività, complessità psicologica, conflitto e travaglio interiore. Ecco quindi che l’epica diventa contemporaneità, modernità, radicandosi nel mondo attuale, quello in decadenza che ci circonda.
Odissea Penelope racchiude nel titolo la sua necessità d’essere, anticipando il punto di vista tutto al femminile dell’attesa: il travaglio interiore della fedeltà ad una idea. Penelope e Ulisse compiono lo stesso viaggio: Penelope viaggia nella sua anima rimanendo ferma, stanziale, apparentemente immobile, eppure libera nella costrizione e prigioniera della sua libertà. Il maschile e il femminile si incontrano creando una monade inscindibile, un’umanità perfetta, in un’unità indissolubile e aldilà di ogni conflitto ancestrale, entrambi ritrovano la loro primigenia ragion d’essere. Il luogo di questa esistenza è il tempo del mito, un tempo sospeso, senza controllo, senza censura: il territorio non sorvegliato dell’inconscio che rivela gli archetipi e fonda l’interiorità di ogni essere umano.


