Il Gruppo di Antropologia Esistenziale è costituito da persone che lavorano per affinare l’ascolto e l’espressione della propria saggezza profonda.

L’esperienza trasformativa del gruppo è indirizzata, oltre che al miglioramento della qualità della vita di ciascuno, alla realizzazione di un progetto comune. I componenti del gruppo affrontano cioè limiti, difficoltà, conflitti, esercitandosi a trasformarli creativamente e perseguono, utilizzando l’energia della coralità, un progetto concreto, rivolto all’esterno, al sociale.

Questo gruppo antropologico, che ha iniziato il suo percorso nel 2006, lavora sull’identità maschile e femminile e la loro armonizzazione nella persona e nella coppia.

Partendo dall’insoddisfazione profonda che vivono uomini e donne oggi, ma anche dai nuovi ruoli e dalle conquiste, il gruppo ha come progetto la ricerca di una nuova identità per l’uomo e per la donna, fondata sull’unificazione, sia nell’uno che nell’altro, del principio maschile e femminile.

L’uomo e la donna sono persone di diversa identità ma di pari dignità, possono diventare persone mature e responsabili della propria vita, disponibili a confrontarsi e ad incontrare dialetticamente il tu nella fiducia, nell’amicizia, nel rispetto e nel dono reciproco.

Il cammino personale e corale delle donne e degli uomini del gruppo attinge, per la propria ricerca e realizzazione, al patrimonio simbolico del mito e delle fiabe e alla ricchezza dell’arte, in particolare alla forza immaginativa del cinema.


Anche se all’autoconoscenza e alla trasformazione siamo chiamati tutti, uomini e donne, uno dei tanti contesti in cui il femminile può essere cardine e protagonista è quello del rapporto, della relazione a due, incentrata sui sentimenti autentici e profondi dell’anima.

E’ importante che la donna si riconosca e sia riconosciuta come regina del mondo interiore, maestra di emozioni e sentimenti. ”L’universo femminile è qualcosa di più di una delle diverse possibilità dell’esistenza, ne costituisce il presupposto”.

I racconti e i miti di tutte le epoche hanno dato forma e significato a questa realtà, come alla complessità della dimensione interiore, al travaglio della ricerca di realizzazione di sé e dell’incontro con l’altro.



Per questo l’itinerario artistico di L’AltroSenso per la celebrazione nel 2008 del centenario dell’emancipazione della donna, con le proposte artistiche e con il riferimento alle figure femminili più significative del mito, è in sintonia con il progetto del Gruppo di Antropologia Esistenziale di Roma.

Si tratta di un viaggio alla ricerca delle radici affettive che determinano i modi e le forme del coinvolgimento, dalle paure che ogni richiamo a uscire fuori di sé provoca ( le Sirene,   Scilla, Eco, Dafne), al coraggio di morire e rinascere, separandosi dalla sicurezza del mondo materno (Persefone e Demetra,) dal paradiso onnipotente, al riparo da conflitti e sofferenze, per entrare nel mondo dove si incontra l’altro da sé, si entra in relazione, si conoscono la colpa e il dolore, e si genera, come “artisti della vita”, gioia e bellezza (Ulisse e Penelope).


Giuliana Montesanto e Massimo Calanca

(Psicologi, psicoterapeuti, art counselor, antropologi esistenziali didatti, esperti di linguaggio cinematografico).



 

© 2008 Associazione Culturale TestaccioLab c/o Spazi Multipli · via Amerigo Vespucci, 26 · 00153 Roma

tl. +39 06 5782614 · fx. +39 06 62289371

www.testacciolab.net · e-mail: info@testacciolab.net

LALTROSENSO_-_PROGETTO.html
IL PROGETTOLALTROSENSO_-_PROGETTO.html
LALTROSENSO_-_PARTNER.html
PARTNERLALTROSENSO_-_PARTNER.html
LALTROSENSO_-_CONTATTI.html
CONTATTILALTROSENSO_-_CONTATTI.html

presenta:

L’ALTROSENSO#

GRUPPO DI ANTROPOLGIA ESISTENZIALE

LALTROSENSO.html
// Torna alla HOME PAGE // L’ALTROSENSOLALTROSENSO.html

SCILLA # LA SCISSIONE


il rifiuto della complessità della natura umana come unione di più parti positive e negative portano al bisogno di scindere il giudizio che abbiamo dell’altro in un assoluto di male o di bene. Per questo nella storia l’uomo spesso ha separato l’identità femminile in qualcosa di mostruoso o di divino.


Scilla è la rappresentazione di queste due parti, per sempre scisse: per metà splendida fanciulla e metà mostro a sei teste di cane su altrettanti colli di serpente e dodici zampe anteriori.

Scilla è una ninfa figlia del dio Forco e di Ecate.

Una divinità marina, Glauco, si innamora di Scilla vedendola fare il bagno, ma lei non lo corrisponde, anzi lo teme perché metà uomo e metà pesce. Glauco chiede a Circe una pozione d’amore per dissipare le resistenze dell’amata. Circe gliela nega, contestando un amore con una mortale per di più presuntuosa. Ma Glauco non rinuncia a Scilla e allora Circe, per vendetta e gelosia, avvelena l’acqua dove Scilla fa il bagno e la trasforma in un orrendo mostro. Scilla non può che rifugiarsi nelle grotte dove, di fronte, dimora Cariddi, altra mostruosità marina.

Entrambe saranno l’incubo di tutti i marinai che, nell’antichità, hanno attraversato lo Stretto di Sicilia.

Scilla  rappresenta la scissione, la separazione tra il bene e il male e quindi il sopraggiungere del pregiudizio. La natura umana tende ad operare questa semplificazione per poter meglio gestire i rapporti e le emozioni che da essi ne derivano. Classificare chi ci sta di fronte ci permette di codificare una serie di risposte veloci, facilmente gestibili, da qui il pregiudizio bello = buono; brutto = cattivo. Ma chi è veramente bello e chi veramente brutto? Scegliere di accogliere la complessità di cui è composta la natura umana, significa accettare il caos, cioè correre il rischio di perdere le nostre convinzioni più radicate e quindi mettere in discussione la nostra identità. Se la nostra identità è messa in discussione e non siamo pronti a lasciarci trasformare dall’esperienza subiamo la paura di morire, che è appunto paura di perdersi senza poter tornare indietro.

Perché Scilla è divisa in due parti?

Perché l’ira di Circe la spezza in meravigliosa fanciulla e in orrendo mostro?

Scilla attira il maschile con la bellezza e poi lo divora con la bocca degli orrendi cani che concludono le spire di serpente, che nascono dal suo pube. Cosa terrorizza di più l’inconscio maschile? Il potere della donna che dà la vita e il piacere, antro nascosto senza luce, scatola misteriosa di creatività. Circe condanna per sempre il suo innamorato e quindi tutti gli uomini a vederla come colei che quel potere lo esercita, non per dare la vita ma per trarne un piacere di dominio sull’uomo. Il dolore di Scilla è quello di chi non accetta la sua parte oscura e non riesce ad armonizzarla in unione alla parte positiva, costruttiva.

Rimanendo cosi per sempre nell’assoluto di bene o di male, nel dolore di non accettarsi e amarsi e di conseguenza non essere accettati, non essere amati.

La scissione però, se non rimane fine a se stessa, può essere un modo di arrivare a conoscere l’essenza delle parti che compongono un tutto. Lo stesso tipo di percorso che simbolicamente è stato trattato sia nei miti che nella letteratura in genere. Ad esempio Ulisse che viaggia per venti  anni incontrando tante figure e personaggi che rappresentano parti scisse di se stesso. Solo tornato ad Itaca, nel ricongiungimento con la sua parte femminile, Penelope, ritroverà l’unione di quelle parti per un’ identità più profonda e consapevole. O come il viaggio di Dante nell’aldilà, nell’incontro separato di tutte le parti ideali di male e di bene che compongono un tutto reale. Solo con un atto d’amore e di fiducia verso le proprie capacità di ascolto e di incontro con se stessi e con gli altri, riusciamo a riunificare queste parti e ad accettare chi è diverso da noi senza per questo giudicarlo (o giudicarci) Mostro.

… E alla fine riusciamo “a riveder le stelle”


Gruppo Antropologico Esistenziale

Roma

SULMONA # ECO E NARCISO

L’Eros negato e la fuga dall’Amore

Come il maschile e il femminile si inseguono.

Solo una decisione d’amore adulta permette il vero incontro.


Secondo il mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi Narciso era un bellissimo giovane, di cui tutti, sia donne che uomini, si innamoravano alla follia. Tuttavia Narciso preferiva passare le sue giornate cacciando, non curandosi delle sue spasimanti; tra queste era la ninfa Eco, condannata da Giunone a ripetere le ultime sillabe delle parole che le venivano rivolte, poiché le sue chiacchiere distraevano la dea, impedendole di scoprire gli amori furtivi di Giove. Rifiutata da Narciso, la ninfa, consumata dall'amore, si nascose nei boschi fino a scomparire e a restare solo un'eco lontana. Non solo Eco, ma tutte le giovani ed i giovani disprezzati da Narciso, invocarono la vendetta degli dei. Narciso venne condannato da Nemesi ad innamorarsi della sua immagine riflessa nell’acqua. Disperato perché non avrebbe potuto soddisfare la passione che nutriva, si struggeva in inutili lamenti, ripetuti da Eco. Resosi conto dell'impossibilità del suo amore, Narciso si lasciò morire. Quando le Naiadi e le Driadi cercarono il suo corpo per poterlo collocare sul rogo funebre, trovarono vicino allo specchio d'acqua il fiore omonimo.


Uscire fuori da sè, per incontrare profondamente un’altra identità, provoca smarrimento, fa emergere la paura di perdere se stessi e di confondersi nell’altro. L’incontro d’amore come scelta adulta e consapevole ci consente di esplorare l’altro da sè, di entrare in un altro mondo senza esserne rapiti, snaturati ma capaci di ritornare a noi, al nostro centro. L’amore si sceglie. L’amore non è qualcosa che cade dal cielo come un’ investitura, a volte è una scelta dolorosa e coraggiosa per chi, per troppo tempo, ha indugiato nel proprio bisogno di volere tutto per sè (Narciso). L’ amare presuppone prima di tutto la capacità di fare il proprio bene, di saper seguire il progetto personale di crescita, di trasformazione, quindi affrontare gli impedimenti con coraggio e operare anche delle separazioni dolorose da chi ci trattiene in un ambito che non ci appartiene più. Questo cambiamento avviene solamente se abbiamo il coraggio di incontrare l’altro profondamente in una danza di fusione e individuazione perché è dal confronto che si rafforza la propria identità.

Eco non può esprimere pensieri propri, solo ripetere quelli di chi le parla, per la punizione inflittale da Giunone. (Giunone rappresenta la madre o un’autorità esterna che non permette la nostra realizzazione).

Come può un uomo innamorarsi di una donna che non può esprimere il proprio sentimento, che è impedita nell’esprimere il proprio valore?

Quante donne cercano un uomo che faccia loro da specchio? Cercare nell’esistenza dell’altro la conferma delle loro qualità o peggio ancora si nutrono delle qualità dell’altro. Non avere percezione di sè ci porta a richiedere all’esterno questo riconoscimento. Una costrizione culturale o familiare (la punizione di Giunone) crea impotenza, viene bloccato la scambio con la realtà e la possibilità di misurarsi all’esterno e quindi di crescere. L’impotenza genera vittimismo e rabbia e l’oggetto d’amore diventa bisogno di libertà e riscatto. Sull’altro si proiettano desideri e aspettative che vorremmo fossero le nostre. Eco è una vittima, Narciso il suo carnefice.

Si alimenta così l’idealizzazione dell’altro ampliandone l’ego a dismisura. Non è un caso che Narciso eserciti un potere distruttivo su tutti i suoi spasimanti, la vittima chiede di essere sacrificata perché non ha cognizione del suo valore o meglio crede di non averne affatto, avendolo proiettato tutto sul suo carnefice. Eco non piange il proprio dolore, ripete all’infinito i lamenti di Narciso che non può possedere se stesso.

Ma se è vero che nel dualismo sadomaso i ruoli sono interscambiabili capiamo anche la capitolazione di Narciso, vittima del suo stesso potere.

In un rapporto dove non c’è volontà d’incontro ma di sopraffazione da un lato, e di svalutazione di se stessi dall’altro, si crea un vortice mortifero che, invece che all’individuazione di ciascuno, porta alla dissoluzione dell’identità e all’indurimento dell’anima. Eco, ridotta a flebile voce portata dal vento, si trasformerà in sasso.

Invece dalla dialettica e dalla armonizzazione tra questi due opposti, rappresentati da Eco e Narciso, cioè l’eccessiva dipendenza dall’altro e l’assoluta concentrazione su di sé, può nascere una “persona femmina” ed una “persona maschio” capace di amarsi e di amare e, quindi, di essere amata.



Gruppo Antropologico Esistenziale

Roma

SULMONA # DAFNE

La paura dell’eros e dell’amore

Per prepararsi all’incontro con l’altro bisogna essere in contatto con se stessi, pena la perdita e l’annullamento di sé.Ripiegando profondamente su se stessi si può prima scoprire chi si è, poi incontrare veramente il tu.


Figlia del fiume Peneo, Dafne è una bellissima fanciulla di cui s’innamora Apollo.Il suo nome significa in greco “alloro”,la pianta che ha un grande significato mitico e simbolico.

Nel mondo greco ed in quello romano gli eroi erano incoronati con l’alloro, che indicava che avevano percorso non solo il regno della terra, ma anche quello degli inferi.

Per sfuggire alle insidie insistenti di Apollo Dafne supplica il padre di aiutarla. E il padre la trasforma in una pianta di alloro, in modo che ad Apollo fosse impossibile raggiungerla.

Apollo, disperato e pentito, consacra l’alloro al proprio culto.

Molte sono le rielaborazioni e le ricostruzioni poetiche di Dafne, personaggio molto noto nel mondo classico, ma la narrazione più suggestiva è quella delle Metamorfosi di Ovidio, poeta di Sulmona.


In ogni tempo ed in ogni luogo la verginità della donna è stata presente nelle rappresentazioni collettive riguardanti il femminile.Temuta o desiderata, le sono stati attribuiti culti idolatrici e riti di purificazione. A Roma in particolare ha avuto grande importanza il culto della dea Vesta e delle vergini Vestali. L’intera storia del cristianesimo si basa, attraverso il dogma dell’Immacolata Concezione, sull’idea divina della verginità. Jodorowsky, parlando di Maria vergine del Cristianesimo, riprende il significato mitologico del bisogno di una parte intoccabile che riguarda non solo la donna, ma tutti: “ Perché si pone l’accento sulla sua verginità? Semplicemente per dire che sarà sempre vergine: in noi c’è una parte sempre vergine, che non è mai stata toccata da nessuno e mai lo sarà.E’ un punto luminoso necessario a tutta l’umanità”.

Dafne è pura e semplice, ha un’anima integra che si basa su ideali elevati, non vuole scendere a compromessi, vissuti come contaminazioni, non è pronta a concedersi all’amore perché teme di perdere la sua interiorità ancora “incantata.”

Ma la ritrosia eccessiva nei confronti dell’amore, la paura del maschile e di vivere nuove esperienze, il non essere troppo a lungo pronta a concedersi all’incontro con l’altro, l’ostinata volontà di essere vergine possono essere un ostacolo al processo di trasformazione e di sviluppo psicologico.Allo stesso modo è sintomo di un disagio profondo, della perdita del valore pieno di sé e della propria identità, in senso psicologico e spirituale, il superamento di tutti i tabù e lo spingersi troppo oltre, consumando tutto velocemente e riducendo tutto alla condizione solo fisica e sessuale.

La vergine ha bisogno di mantenersi “una in se stessa”, non ha ancora la capacità matura di incontrare l’altro, che significa avere una vera unità psicologica.Per abbandonarsi all’altro ci vuole una forza interna che ci permette di andare oltre il proprio confine senza perdersi, senza frammentarsi e perdere identità ed integrità. Allora è possibile entrare in un mondo sconosciuto, “infero”,”diabolico”, cioè etimologicamente significativo di “separazione” e “divisione”, come fa la Proserpina del mito eleusino.

Il fatto che Dafne venga trasformata dal padre in una pianta, da un punto di vista psicologico può significare che non ha ancora infranto il rapporto con la figure genitoriali, che c’è ancora invischiamento e legame con i genitori.

In questo caso anche il padre non svolge la sua funzione di “recidere il cordone ombelicale,” e di infliggere la ferita/separazione dalla figlia.

Se leggiamo questo mito però in senso dialettico, come passaggio di crescita e non come la fissazione e l’arresto rispetto ad ogni trasformazione psichica, può essere significativo il fatto che la donna, per salvarsi dall’incontro con il tu, debba trasformarsi in un vegetale, ripiegando su di sé, penetrando in se stessa, prima di essere penetrata.

In taluni momenti è fondamentale rimanere soli, entrare più profondamente nel nostro mondo interno, dialogare con noi stessi, avere consapevolezza dei propri limiti e potenzialità.Per giungere alla conoscenza e nutrire l’anima è necessario spingersi nelle dimensioni interne. Nell’inconscio si possono celare le migliori risorse, i sogni, i progetti più autentici.

Quel ritiro prezioso quindi di per sé non è negativo, la durata eccessiva può esserlo, come il non fermarsi mai che impedisce il dialogo con noi stessi e la vera comunicazione con il tu.

Dafne, ripiegando su se stessa, può giungere alla consapevolezza a cui giunge Psiche della bellissima favola di Apuleio “Amore e Psiche”, quando decide e sceglie di uscire dall’incanto e di guardare in volto Amore.



Gruppo Antropologico Esistenziale

Roma

AGRIGENTO # DEMETRA  E  PERSEFONE


Il ciclo della vita

L’accettazione della morte come trasformazione ad una vita rinnovata

La nascita delle stagioni come gesto d’amore di una madre nei confronti della figlia amata


Zeus ebbe una figlia da Demetra (Madre Terra): Persefone, chiamata anche Kore (la fanciulla),Cerere o Proserpina per i latini.

Persefone, mentre coglieva fiori nei prati,venne attratta dalla bellezza di un narciso. Avvicinatasi al fiore per coglierlo, all’improvviso si aprì uno squarcio nel terreno, da cui emerse Ade(o Plutone)su un carro d’oro trainato da neri cavalli. Questi la rapì e la trascinò nelle viscere della terra, di cui era il sovrano.

Demetra, sconvolta,cercò la figlia per nove giorni e nove notti,portando nelle mani due fiaccole accese e rimanendo tutto il tempo senza mangiare. Infine Elios (il sole) le rivelò che Zeus aveva deciso di dare Persefone in sposa ad Ade, fratello della stessa Demetra.

Demetra, piena di dolore,allora abbandonò l'Olimpo e si diresse verso Eleusi, dove, travestita da vecchia, divenne nutrice di Demofonte, figlio di Metanira e di Celeo, re di Eleusi. Tramite il rito del fuoco voleva rendere Demofonte immortale, ma il rito venne interrotto da un improvviso intervento di Metanira, che decise di riprendersi il figlio. Allora Demetra si rivelò nella sua identità e ordinò che le venisse costruito un tempio per insegnare i suoi riti agli umani. Il santuario venne edificato e la dea vi si ritirò in compagnia solo del dolore per la perdita della figlia.

Intanto sulla terra imperava la siccità. Il volontario ritiro di Demetra stava distruggendo ogni forma di vita. Zeus inviò allora dei messi per convincere la dea a riprendere il suo posto. Demetra rispose che non l'avrebbe fatto finché sua figlia fosse stata costretta a vivere nel mondo sotterraneo. Zeus chiese allora ad Ade di restituire Persefone. Ade acconsentì, ma indusse la fanciulla a mangiare un seme di melograno, il cibo dei morti. La conseguenza fu che Persefone, almeno una parte del suo tempo l'avrebbe dovuta passare nel mondo sotterraneo. Diventata regina degli Inferi,era anche la guida per chi visitava quei luoghi.

Nello stesso tempo Rea,madre di Demetra, venne inviata sulla terra da Zeus per raggiungere un compromesso: Persefone veniva restituita a Demetra per sei mesi, con la condizione che, per il resto  dell'anno, Persefone sarebbe stata con Ade nel regno dei morti.

Il ritorno di Persefone sulla terra pose fine alla siccità e la vegetazione tornò a fiorire.


Il mito più importante dell’antichità classica riguardante la vita della donna è quello di Demetra e Persefone, centrale nelle celebrazioni dei misteri eleusini.

Secondo alcuni studiosi questo mito potrebbe risalire all’iniziazione arcaica delle donne greche nella pubertà, ai tempi della religione matriarcale.

La storia della scomparsa e del ritrovamento di Persefone, il narciso che germoglia in primavera e che riposa come bulbo in inverno,ha come nucleo centrale il tema della morte/rinascita, ma non fa riferimento solo alla vita della vegetazione, ai passaggi stagionali, ai cicli di semina/crescita/ raccolto, ma anche  ad una esperienza fondamentale dei passaggi evolutivi del femminile.

Intanto riguarda l’allontanamento di una figlia dalla madre. All’inizio imposto a Persefone con violenza, in seguito è la sua fortuna, perché la mette nella condizione di crescere e di svilupparsi, grazie alle sue risorse interiori.La separazione dalla madre è uscire dalla protezione,dalla sicurezza, dalla ingenuità, da una dimensione tutta femminile.E’ una morte interiore e l’inizio di un viaggio in una realtà completamente diversa e sconosciuta in un regno sotterraneo pieno di pericoli. Ai fini di una profonda trasformazione psicologica ed esistenziale è necessario attraversare una depressione estrema. Ma in questo nuovo mondo Persefone, non più spensierata fanciulla, affrontata una trasformazione radicale, diventa donna adulta e regina degli Inferi, proprio perchè distaccata dal materno, anche se in modo violento e crudele.

L’elemento che interviene con impeto in questa metamorfosi è l’incontro con Ade, l’incontro con il maschile.

L’incontro di maschile e femminile è un aspetto essenziale dell’esistenza, come il “tao”, il simbolo cinese, ci propone. L’incontro con l’altro, con il tu, con il diverso da noi, se comporta da un lato dei passaggi e delle morti, dall’altro agevola e produce lo scambio e l’incontro delle varie categorie psicologiche, il confronto e l’armonizzazione fra le nostre e le altrui parti maschili e femminili.

Il nuovo ruolo a cui Persefone è designata, Regina e guida degli Inferi, esprime la possibilità del femminile di essere di aiuto agli altri, possibilità cui può accedere perché ha compiuto lei stessa quel percorso. Ha conosciuto il regno della paura,dell’angoscia di perdersi, del dolore e ne è riemersa, è ri-nata e può quindi accompagnare gli altri verso la luce.

Il mito di Demetra e Persefone è espressione della dimensione femminile molteplice ( debole, fragile, tenace, determinata, forte, ecc.,), ma è anche il simbolo della complessa conflittualità psicologica della figura materna, la quale non accetta il distacco della figlia, che ricerca qualcuno a cui far da nutrice, che, quando non è in grado di esprimere in modo maturo la sua capacità donativa verso un figlio, può diventare ricattatoria, distruttiva e minacciosa di  sterilità e carestia per tutta l’umanità.

Anche Demetra, la terra, la grande nutrice, deve trasformarsi e affrontare buio, morte, solitudine, bruttezza,aridità, il ritrarsi dell’energia fecondatrice per rinunciare alla vendetta e ritrovare la luce, la speranza, il progetto, la bellezza e la saggezza della propria identità e il senso pieno della vita.

Lo scioglimento dell’ira di Demetra e l’intervento di varie divinità preparano la pace tra divinità femminili e maschili, con il ritorno di Persefone e della vita. Persefone e Demetra si possono nuovamente ritrovare, ma anche si debbono separare perchè  Persefone, mangiando un chicco di melagrana, il frutto che matura alle soglie dell’inverno e che aperto è simile ad un utero, ha suggellato con Ade una promessa di ritorno.

Una delle costanti della nostra vita è il simbolo dell’eterno ritorno.Tutti dobbiamo ciclicamente confrontarci  con i due aspetti della nostra esistenza, con luce e tenebre,con la primavera e con l’inverno della nostra anima.

Questo mito su queste due figure femminili ci può far riflettere sul ruolo della donna e sul potere del principio femminile.Ci può guidare alla scoperta del potere interiore di trasformare e creare, di integrare artisticamente bene e male per darci e dare nuova vita.

Le nozze ferali di una vergine con una figura “mostruosa”, presenti in miti,racconti e fiabe, simboleggiano la separazione dal perfetto, dal puro, dall’assoluto per far comprendere che bene e male, buio a luce, carestia ed abbondanza fanno parte della vita.La donna è biologicamente connessa ad un ciclo interno di fertilità che fin dall’adolescenza la mette in relazione con l’esistenza di stati diversi e complessi del proprio essere, con nascite e morti che coinvolgono il corpo, ma anche sfere emozionali. Una sorta di stagionalità fisiologica connessa alla sua stessa natura.

Se nel mondo oggettivo, esterno, materiale la donna è stata tradizionalmente la custode della casa e della famiglia, in quello simbolico ella svolge il ruolo di sacerdotessa delle emozioni e dei sentimenti, in quanto capace di entrare nelle profondità per risalire alla luce, di scavare dentro di sé e aspettare per trasformare e rinascere.

Questo antico mito, legato alla cultura contadina, può ancora essere un utile nutrimento per l’umanità odierna ed un valido aiuto per un atteggiamento esistenziale più consapevole.

Nel ritrovare la profonda connessione con il tutto cosmico, nel legame con la vita e con l’energia dell’universo, superando razionalità ed individualismi, ritrovando ritmi più naturali e modi e momenti di riflessione,l’essere umano può dare anche oggi un senso a separazioni, perdite, passaggi e morti e scoprire la gioia e la ricchezza dell’affinare la propria interiorità.

Il mito sembra volerci educare ad una morte necessaria per la vita, a questo legame imprescindibile che, sempre più spesso, la moderna società dell’immagine e del piacere sembra negare. Non ci può essere sempre raccolto, sempre fertilità, sempre abbondanza di frutti.La spiritualità misterica ci aiuta a comprendere che c’è il tempo dell’attesa, del riposo, della trasformazione invisibile. 

La necessità di questo periodico rientro nelle viscere della terra, può insegnarci la pazienza e la saggezza e la fiducia che i momenti di dolore che attraversiamo non sono solo negatività, “tempo perso”, ma possono essere visti come stadi del ciclo della nostra evoluzione in cui si prepara un cambiamento, una rinascita. Stati di quiescenza, inverni che preparano nuove primavere.




Gruppo Antropologico Esistenziale

Roma